giovedì 10 agosto 2017

Con Don Mussie Zerai. Noi non abbiamo paura


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Pubblichiamo, condividendone in pieno le parole, il comunicato stampa emanato ieri 8 agosto dall’Agenzia Habeshia e dal suo presidente don Mussie Zerai, contro cui oggi si sta scatenando l’ennesima ignobile macchina del fango. Conosciamo  da tanti anni don Mussie e il suo impegno per coloro che fuggono da una delle peggiori dittature che insanguinano il continente africano, conosciamo la sua enorme autorità morale che lo ha reso più volte al centro di minacce e attacchi. Conosciamo il sorriso che tanti uomini e donne che si sono salvati fanno, quando si pronuncia il suo nome. Persone che hanno rischiato la vita in mare, persone che hanno subito violenze indicibili nei paesi in transito, persone che oggi hanno riconquistato il diritto a vivere anche grazie all’esistenza di persone come lui. Non ci spaventano le indagini che si faranno come non spaventano Don Mussie. Ci spaventano e siamo indignati di fronte alla precisa volontà politica di chiudere la bocca a chiunque oggi, con la propria opera volontaria, racconta una verità diversa da quella dei governi e degli strumenti di disinformazione di regime.

don Mussie Zerai

presidente dell’Agenzia Habeshia
Comunicato stampa
 
Negli ultimi giorni, prendendo spunto dall’inchiesta aperta dalla Procura di Trapani su alcuni episodi di cui si sarebbero resi protagonisti membri della Ong tedesca Jugend Rettet, sono stato chiamato in causa da qualche testata giornalistica per episodi che, così come sono stati ricostruiti e raccontati, si rivelano a mio avviso vere e proprie calunnie e, per la sistematicità con cui vengono rappresentati e diffusi, potrebbero configurare una vera e propria campagna denigratoria nei miei confronti e di quanti collaborano con me nel programma umanitario in favore di profughi e migranti, che abbiamo costruito nel corso di anni di lavoro.
Mi riservo di controbattere nelle sedi legali opportune a questa serie di calunnie che mi sono state indirizzate. Per il momento posso dire di aver ricevuto solo la mattina di lunedì 7 agosto, mentre rientravo da un viaggio di lavoro, la notizia che la Questura di Trapani dovrebbe notificarmi l’avviso di un procedimento per conto della locale Procura. Immagino che sia un provvedimento ricollegabile all’inchiesta aperta sulla Ong Jugend Rettet. Se di questo si tratta, posso affermare in tutta coscienza di non aver nulla da nascondere e di aver agito sempre alla luce del sole e in piena legalità. A parte l’iniziativa di Trapani, di cui ho già informato i miei legali in modo da prenderne visione ed eventualmente controbattere in merito, non sono stato chiamato in alcuna altra sede per giustificare o comunque rispondere del mio operato in favore dei profughi e dei migranti.
 
Confermo che, nell’ambito di questa attività – che peraltro conduco da anni insieme ai miei collaboratori – ho inviato segnalazioni di soccorso all’Unhcr e a Ong come Medici Senza Frontiere, Sea Watch, Moas e Watch the Med. Prima ancora di interessare le Ong, ogni volta ho informato la centrale operativa della Guardia Costiera italiana e il comando di quella maltese. Non ho invece mai avuto contatti diretti con la nave della Jugend Rettet, chiamata in causa nell’inchiesta della Procura di Trapani, né ho mai fatto parte della presunta “chat segreta” di cui hanno parlato alcuni giornali: le mie comunicazioni sono state sempre inoltrate tramite un normalissimo telefono cellulare. Tutte le segnalazioni sono il frutto di richieste di aiuto che mi sono state indirizzate non da battelli in partenza dalla Libia, ovvero al momento di salpare, ma da natanti in difficoltà al largo delle coste africane, al di fuori delle acque territoriali libiche e comunque dopo ore di navigazione precaria e pericolosa. Quando mi è stata comunicata nella richiesta di aiuto, ho specificato anche la posizione in mare più o meno esatta del natante. Lo stesso vale per il numero dei migranti a bordo ed altre notizie specifiche: persone malate o ferite, donne in gravidanza, rischi particolari, ecc. In buona sostanza, cerco di avere ogni volta le informazioni che mi sono state indicate proprio dalla Guardia Costiera Italiana. E’ vero che di volta in volta ripeto la segnalazione anche via mail, ma anche questo è dovuto a una indicazione che ho ricevuto nel 2011 dal comando centrale della Guardia Costiera, che mi chiese di confermare i miei messaggi via mail, cioè in forma scritta, dopo la tragedia avvenuta nel Mediterraneo tra i mesi di marzo e aprile (63 morti), in merito alla quale diversi soggetti negarono di aver ricevuto richieste di soccorso.

Non si tratta dunque, come qualcuno ha scritto, di messaggi telefonici in rete “pro invasione” dei migranti – ammesso e non concesso che sia una invasione, ipotesi smentita dalle cifre stesse degli arrivi rispetto alla popolazione europea – ma di interventi rivolti a salvare vite umane. Interventi concepiti nel medesimo spirito, ad esempio, dell’operazione Mare Nostrum – varata nel novembre 2013 dal Governo italiano e purtroppo revocata dopo un anno – nella convinzione che se programmi del genere fossero in vigore ad opera delle istituzioni europee o magari dell’Onu, probabilmente non sarebbe stata necessaria la mobilitazione delle Ong e, più modestamente, quella di Habeshia, nel Mediterraneo. Fermo restando che il problema non si risolve con il soccorso in mare, per quanto tempestivo ed efficiente, ma, nel breve/medio periodo, con l’organizzazione di canali legali di immigrazione e con una riforma radicale del sistema europeo di accoglienza e, nel lungo periodo, con una stabilizzazione/pacificazione dei paesi travolti dalle situazioni di crisi estrema che costringono migliaia di persone a fuggire ogni mese.

Quanto alle accuse che mi vengono mosse dal Governo eritreo, anche queste ampiamente riprese da alcuni organi di stampa, si commentano da sole: sono le accuse di un regime dittatoriale che ha schiavizzato il mio Paese e non tollera alcun tipo di opposizione, perseguendo anche il minimo dissenso con la violenza, il carcere, i soprusi, la calunnia. Un regime – hanno denunciato ben due rapporti dell’Onu, dopo anni di inchiesta, nel 2015 e nel 2016 – che ha eletto a sistema il terrore, costringendo ogni anno migliaia di giovani ad abbandonare la propria casa per cercare rifugio oltre confine.

Alla luce di tutto questo, ritenendo molte notizie pubblicate sul mio conto assolutamente diffamatorie e denigratorie, ho dato incarico ai miei legali di tutelare in tutte le sedi opportune la mia onorabilità personale, quella del mio ruolo di sacerdote e quella di Habeshia, l’agenzia che ho fondato e con la quale collaborano persone assolutamente disinteressate e a titolo totalmente volontario.

mercoledì 2 agosto 2017

Un mezzogiorno da cani




 Siamo arrivati da poco al supermarket per fare un pò di spesa. E' già molto tardi, fa caldo, tantissimo caldo, in macchina con noi c'è il cane che abbiamo portato dalla veterinaria e che ha da fare i suoi bisognini. Ci dividiamo i compiti, mio marito va a fare la spesa , io resto in macchina (il caldo mi uccide, proprio non lo sopporto) e mia figlia esce per trovare un posto dove il cane può fare le sue deiezioni.
Accanto al supermercato c'è un lungo filare di alberi, chissà se il posto è di suo gradimento (il mio cane ha i suoi posticini ed ha dei problemi a cambiarli, può girare per delle ore prima di fermarsi).
Mentre mia figlia si avvia, accanto si ferma una macchina con due uomini, forse padre e figlio. Mi giro  a guardarli e vedo che seguono con lo sguardo mia figlia e parlano fra di loro sommessamente, indicandola come chi aspetta di fare o dire qualcosa. (Mia figlia non passa mai inosservata, prima di tutto perchè è una gran bella ragazza e poi è una mulatta in quanto io ho sposato un congolese).
L'osservazione dei due non cessa e la cosa comincia a darmi fastidio, senza pensarci due volte esco dalla macchina e chiedo:- Scusate che avete da guardare e bisbigliare?-
-A lei cosa importa, si faccia i fatti suoi.-
-Sono fatti miei perchè quella ragazza è mia figlia e adesso mi dovete dire che avete da guardare e bisbigliare.-
-Signora sono stufo di trovare davanti a casa mia le deiezioni dei cani e adesso sua figlia ne va a depositare altre.-
-Mi scusi, ma lei vive sotto gli alberi? E poi mia figlia raccoglie le deiezioni, semmai tutto questo lo deve dire a chi non si comporta civilmente.-
-Questo lo dice lei che raccoglie le deiezioni del cane, ma se non ha neanche un sacchetto in mano.-
 Il cane naturalmente non ha fatto niente e mia figlia ritorna giusto in tempo per prendere dal collare del cane un piccolo contenitore che apro e tiro fuori i sacchetti di plastica.
-Sì , va bene, ma questo non vuole dire niente. E' che venite dai vostri paesi e venite qui a sporcare. Ritornate da dove siete venuti.-
-Lo sapevo che lei era in malafede, per questo sono scesa dalla macchina. Lei è imbecille o che cosa. Io sono italiana e mia figlia pure. Se è uno scherzo o il sole le dà alla testa la smetta o chiamo i vigili.-
-Prenda questo ca..o di cane e se ne vada.!-
- Lei non si permetta di dire al mio cane questo ca..o di cane, se non vuole passare guai seri. E' lei che se ne deve andare. Vada a fare la spesa e a prendere un pò di fresco nel supermercato perchè ne ha bisogno. E poi si faccia visitare da un buon medico perchè è parecchio arterosclerotico.-
Il tizio si allontana urlando a più non posso :- Se ne vada al suo paese!-
Rientriamo in macchina ,mentre una voglia di fare a botte non accenna a diminuire.
Nel frattempo ritorna mio marito anche lui arrabbiato perchè non ha potuto fare la spesa, per un blocco nelle comunicazioni , non si poteva pagare con il Bancomat.
Portiamo il cane dove di solito fa i suoi bisogni e torniamo a casa con la certezza che davvero sta salendo la febbre dell'intolleranza. 
E pensare che non sono neanche abbronzata, ma per quel tizio anche io sono straniera perchè sono nata in una città a 10 Km di distanza.
Ah, dimenticavo, anche il cane è nero, un bellissimo Labrador nero che sembra una pantera. Anche lui è straniero.




domenica 23 luglio 2017

Giornalisti: «Rompiamo il silenzio sull’Africa» di Alex Zanotelli*



Scusatemi se mi rivolgo a voi in questa torrida estate, ma è la crescente sofferenza dei più poveri ed emarginati che mi spinge a farlo. Per questo come missionario uso la penna (anch’io appartengo alla vostra categoria) per far sentire il loro grido, un grido che trova sempre meno spazio nei mass-media italiani.
Trovo infatti la maggior parte dei nostri media, sia cartacei che televisivi, così provinciali, così superficiali, così ben integrati nel mercato globale. So che i mass-media , purtroppo, sono nelle mani dei potenti gruppi economico-finanziari, per cui ognuno di voi ha ben poche possibilità di scrivere quello che vorrebbe. Non vi chiedo atti eroici, ma solo di tentare di far passare ogni giorno qualche notizia per aiutare il popolo italiano a capire i drammi che tanti popoli stanno vivendo.
Mi appello a voi giornalisti/e perché abbiate il coraggio di rompere l’omertà del silenzio mediatico che grava soprattutto sull’Africa. (Sono poche purtroppo le eccezioni in questo campo!)
È inaccettabile per me il silenzio sulla drammatica situazione nel Sud Sudan (il più giovane stato dell’Africa) ingarbugliato in una paurosa guerra civile che ha già causato almeno trecentomila morti e milioni di persone in fuga.
È inaccettabile il silenzio sul Sudan, retto da un regime dittatoriale in guerra contro il popolo sui monti del Kordofan, i Nuba, il popolo martire dell’Africa e contro le etnie del Darfur.
È inaccettabile il silenzio sulla Somalia in guerra civile da oltre trent’anni con milioni di rifugiati interni ed esterni.
È inaccettabile il silenzio sull’Eritrea, retta da uno dei regimi più oppressivi al mondo, con centinaia di migliaia di giovani in fuga verso l’Europa.
È inaccettabile il silenzio sul Centrafrica che continua ad essere dilaniato da una guerra civile che non sembra finire mai.
È inaccettabile il silenzio sulla grave situazione della zona saheliana dal Ciad al Mali dove i potenti gruppi jihadisti potrebbero costituirsi in un nuovo Califfato dell’Africa nera.
È inaccettabile il silenzio sulla situazione caotica in Libia dov’è in atto uno scontro di tutti contro tutti, causato da quella nostra maledetta guerra contro Gheddafi.
Èinaccettabile il silenzio su quanto avviene nel cuore dell’Africa , soprattutto in Congo, da dove arrivano i nostri minerali più preziosi.
È inaccettabile il silenzio su trenta milioni di persone a rischio fame in Etiopia, Somalia , Sud Sudan, nord del Kenya e attorno al Lago Ciad, la peggior crisi alimentare degli ultimi 50 anni secondo l’ONU.
È inaccettabile il silenzio sui cambiamenti climatici in Africa che rischia a fine secolo di avere tre quarti del suo territorio non abitabile.
È inaccettabile il silenzio sulla vendita italiana di armi pesanti e leggere a questi paesi che non fanno che incrementare guerre sempre più feroci da cui sono costretti a fuggire milioni di profughi. (Lo scorso anno l’Italia ha esportato armi per un valore di 14 miliardi di euro!).
Non conoscendo tutto questo è chiaro che il popolo italiano non può capire perché così tanta gente stia fuggendo dalle loro terre rischiando la propria vita per arrivare da noi.
Questo crea la paranoia dell’“invasione”, furbescamente alimentata anche da partiti xenofobi.
Questo forza i governi europei a tentare di bloccare i migranti provenienti dal continente nero con l’Africa Compact , contratti fatti con i governi africani per bloccare i migranti.
Ma i disperati della storia nessuno li fermerà.
Questa non è una questione emergenziale, ma strutturale al sistema economico-finanziario. L’ONU si aspetta già entro il 2050 circa cinquanta milioni di profughi climatici solo dall’Africa. Ed ora i nostri politici gridano: «Aiutiamoli a casa loro», dopo che per secoli li abbiamo saccheggiati e continuiamo a farlo con una politica economica che va a beneficio delle nostre banche e delle nostre imprese, dall’ENI a Finmeccanica.
E così ci troviamo con un Mare Nostrum che è diventato Cimiterium Nostrum dove sono naufragati decine di migliaia di profughi e con loro sta naufragando anche l’Europa come patria dei diritti. Davanti a tutto questo non possiamo rimane in silenzio. (I nostri nipoti non diranno forse quello che noi oggi diciamo dei nazisti?).
Per questo vi prego di rompere questo silenzio- stampa sull’Africa, forzando i vostri media a parlarne. Per realizzare questo, non sarebbe possibile una lettera firmata da migliaia di voi da inviare alla Commissione di Sorveglianza della RAI e alla grandi testate nazionali? E se fosse proprio la Federazione Nazionale Stampa Italiana (FNSI) a fare questo gesto? Non potrebbe essere questo un’Africa Compact giornalistico, molto più utile al Continente che non i vari Trattati firmati dai governi per bloccare i migranti? Non possiamo rimanere in silenzio davanti a un’altra Shoah che si sta svolgendo sotto i nostri occhi. Diamoci tutti/e da fare perché si rompa questo maledetto silenzio sull’Africa.
*Alex Zanotelli è missionario italiano della comunità dei Comboniani, profondo conoscitore dell’Africa e direttore della rivista Mosaico di Pace.

martedì 6 giugno 2017

Morte dignitosa

Morte dignitosa:
"Io ho detto al bambino di mettersi in un angolo, cioè vicino al letto, quasi ai piedi del letto, con le braccia alzate e con la faccia al muro. Allora il bambino, per come io ho detto, si è messo faccia al muro. Io ci sono andato da dietro e ci ho messo la corda al collo. Tirandolo con uno sbalzo forte, me lo sono tirato indietro e l’ho appoggiato a terra. Enzo Brusca si è messo sopra le braccia inchiodandolo in questa maniera (incrocia le braccia) e Monticciolo si è messo sulle gambe del bambino per evitare che si muoveva. Nel momento della aggressione che io ho butttato il bambino e Monticciolo si stava già avviando per tenere le gambe, gli dice ‘mi dispiace’ rivolto al bambino ‘tuo papà ha fatto il cornuto’ .
(…)
Il bambino non ha capito niente, perché non se l’aspettava, non si aspettava niente e poi il bambino ormai non era… come voglio dire, non aveva la reazione di un bambino, sembrava molle… anche se non ci mancava mangiare, non ci mancava niente, ma sicuramente la mancanza di libertà, il bambino diciamo era molto molle, era tenero, sembrava fatto di burro… cioè questo, il bambino penso non ha capito niente. Sto morendo, penso non l’abbia neanche capito. Il bambino ha fatto solo uno sbalzo di reazione, uno solo e lento, ha fatto solo questo e non si è mosso più, solo gli occhi, cioè girava gli occhi.
(…)
Io ho spogliato il bambino e il bambino era urinato e si era fatto anche addosso dalla paura di quello che abbia potuto capire o è un fatto naturale perché è gonfiato il bambino. Dopo averlo spogliato, ci abbiamo tolto, aveva un orologio da polso e tutto, abbiamo versato l’acido nel fusto e abbiamo preso il bambino. Io ho preso il bambino. Io l’ho preso per i piedi e Monticciolo e Brusca l’hanno preso per un braccio l’uno così l’abbiamo messo nell’acido e ce ne siamo andati sopra.
(…)
Io ci sono andato giù, sono andato a vedere lì e del bambino c’era solo un pezzo di gamba e una parte della schiena, perché io ho cercato di mescolare e ho visto che c’era solo un pezzo di gamba… e una parte… però era un attimo perché sono andato… uscito perché lì dentro la puzza dell’acido era… cioè si soffocava lì dentro. Poi siamo andati tutti a dormire".
Totò Riina

SOLO GLI UOMINI , I VERI UOMINI HANNO UNA DIGNITA' O POSSONO AVERE DIRITTO AD UNA DIGNITA'. LUI NON E' UN UOMO , LUI E' UN MOSTRO E NON HA DIRITTO.

mercoledì 24 maggio 2017

:::::::::::::::::::QUESTA TESI SUI VACCINI MI HA CONVINTO::::::::::::::::::::::


tarsi di effetti collaterali. Pensateci: perché l’aspirina e altre decine di farmaci non vengono somministrati ai bambini perché fanno male, ma i vaccini sì? Vi pare una cosa logica? No, non lo è. La spiegazione semplice è che i vaccini, a differenza di altri farmaci, non hanno effetti collaterali importanti rispetto ai benefici derivanti dalla vaccinazione.

Prendiamo per esempio la difterite: un bambino che prende la difterite ha il 5% di probabilità di morire. Un bambino che prende il vaccino DTP (che peraltro funziona anche contro tetano e pertosse) ha invece il di rischio di convulsioni (seguito da un completo recupero) nello 0,06% dei casi, e di sviluppare un’encefalopatia acuta nello 0,001% dei casi. Il rapporto rischi-benefici è chiaramente molto sbilanciato in favore del vaccino: prendere la difterite, oltre ad essere una brutta gatta da pelare in sé, è estremamente rischioso.Molti tirano in ballo una questione economica: ci fanno vaccinare i bambini per lucrarci su!!1! È una teoria che potrebbe sembrare sensata, dopo tutto le case farmaceutiche, essendo aziende, devono generare profitti. Ma, nuovamente, il binomio vaccini-business viene smentito dai fatti. A parte che i vaccini obbligatori sono gratuiti, In Italia la spesa farmaceutica totale per i vaccini è pari a circa 318 milioni di euro all’anno circa, che sembrano tantissimi ma che sono in realtà appena l’1,4% della spesa farmaceutica totale e il 2,5% della spesa a carico del Servizio Sanitario Nazionale. Per avere un metro di paragone, ricordate il bruciore di stomaco dell’aspirina? Ecco, per farmaci antiacidi e antiulcera in Italia si spendono oltre mille milioni di euro l’anno, pari al 4,6% della spesa farmaceutica totale. Insomma: i vaccini rendono meno della gastrite. Il “business” del farmaco è altrove, anche perché in realtà curare qualcuno che prende una malattia costa molto di più che vaccinarlo. Se le case farmaceutiche volessero fare soldi facili dovrebbero puntare sul non vaccinare>.
Fonte-https://l.facebook.com/l.php?u=https%3A%2F%2Fnonsiseviziaunpaperino.com%2F2017%2F01%2F31%2Fvaccini-vi-stanno-prendendo-per-il-culo%2F&h=ATMsqjSexe5EzCHIx20GyAc5XCB2baMAE4EBUJ3mmJOzHwcSBf6VxYlLvwyFfwHC6YdEwKA5IzCAHatFpnjRPPAoenEBgJ9T3bed37AdylryLPSAO4bluPsMkOHpdEm2y1NP59PjUsa

venerdì 28 ottobre 2016

Somalia: chi sono gli islamisti affiliati a Daesh che hanno occupato la prima città del Puntland di Andrea Spinelli Barrile




Il leader di Jabha East Africa, gruppo islamista legato a Daesh, il somalo Abdulqadir Mumin, ex affiliato a al-Shabaab, mentre legge un comunicato in un video diffuso sui network di propaganda dello Stato Islamico. Somalia, Luglio 2015. Frame video | Jabha East Africa

Il leader di Jabha East Africa, gruppo islamista legato a Daesh, il somalo Abdulqadir Mumin, ex affiliato a al-Shabaab, mentre legge un comunicato in un video diffuso sui network di propaganda dello Stato Islamico. Somalia, Luglio 2015. Frame video | Jabha East Africa
La piccola città di Candala nel Puntland, nord della Somalia, dalla mattina di mercoledì 26 ottobre 2016 è sotto il controllo circa di 60 islamisti somali che sostengono di essere affiliati allo Stato Islamico: la città sarebbe caduta senza alcuna resistenza e senza scontri, secondo quanto riferito da diverse agenzie stampa.
Candala è una piccola città costiera che affaccia sul golfo di Aden, nord-ovest della Somalia: si trova in linea d'aria a circa 70 chilometri a est di Bosaso ma per raggiungerla occorre percorrere quasi 400 chilometri di strada nell'entroterra del Puntland.
È la prima volta che una città di questa regione della Somalia cade sotto il controllo di miliziani islamisti, siano essi shabaab, qaedisti o legati a Daesh: i funzionari amministrativi di Candala hanno lasciato la città poco prima dell'occupazione dei miliziani e il borgomastro Jama Mohamed Mumin ha confermato, per quanto possibile, l'identità del gruppo: Stato Islamico. Probabilmente uomini fedeli al somalo Abdulqadir Mumin.
“Candala è caduta questa mattina” ha dichiarato all'AFP Mohamed Muse, uno dei capi tradizionali della città: “Una milizia islamica ha preso d'assalto la città e ha detto alla gente che erano sotto il loro controllo. […] I pescatori riferiscono che la città è stata presa e non sono andati per mare: i combattenti islamisti hanno preso posizione lungo la costa e in diversi luoghi della città. Non sappiamo chi sono” ha detto invece a Jeune Afrique un residente del villaggio di Karin, Abdiweli Adan. Secondo diversi funzionari amministrativi citati dalle agenzie stampa internazionali parte della popolazione è fuggita all'arrivo degli islamisti ma per ora le autorità della regione del Puntland non hanno commentato le notizie da Candala.
Secondo quanto ha riferito un residente anonimo a VOA News gli anziani locali hanno cercato una mediazione, probabilmente ancora in corso, con gli islamisti: si sarebbero incontrati con loro chiedendogli di lasciare Candala e di ritirarsi ma i miliziani non sembrerebbero intenzionati a cedere di un millimetro.
Il Puntland è una regione semi-autonoma dal 1998 che fa parte dello Stato Federale della Somalia, ma che contrariamente alla regione secessionista del Somaliland non ha mire separatiste: il sistema politico locale, basato su clan familiari, è attualmente il migliore che ci sia nel martoriato Paese africano. Effettivamente la regione vive bene o male in pace, a differenza del resto del Paese controllato a macchia di leopardo dagli ex-signori della guerra diventati islamisti al-Shabaab e affiliatisi ad al-Qaeda, può vantare un sistema di welfare che funziona e che attrae gli investimenti di capitali stranieri, che sono possibili in tutta sicurezza. Una sorta di isola felice all'interno della Somalia, anche se nel mese di marzo le forze di sicurezza hanno scongiurato l'occupazione di alcuni villaggi costieri da parte di diverse decine di miliziani Shabaab nel Puntland orientale.
La regione è però anche l'enclave di un gruppo di combattenti islamisti armati al guinzaglio del somalo Abdulqadir Mumin (Shaykh ‘Abd al-Qadir Mu’min), un ex-signore della guerra ed ex-religioso di al-Shabaab che si è arricchito enormemente con il traffico di armi e che un anno fa ha giurato fedeltà al Califfo Abu Bakr al-Baghdadi. Un tempo residente a Londra, Mumin è rientrato in Somalia a metà del 2010 e già un anno più tardi era famoso tra gli attori principali di al-Shabaab. Il suo piccolo esercito è oggi stimato in circa 200 miliziani, ma secondo altre voci questi sarebbero di più, forse 300. Il mese scorso il Dipartimento di Stato americano ha inserito Mumin nella lista dei maggiori ricercati internazionali accusandolo di “terrorismo”; nonostante il predominio di al-Qaeda non sia in alcun modo in discussione, per ora, in tutta l'Africa orientale la frattura causatasi internamente agli Shabaab sta producendo i suoi primi effetti: fino al 22 ottobre 2015 Abdulqadir Mumin era considerato il braccio destro di Ayman al-Zawahiri in Somalia, il medico egiziano oggi al vertice dell'organizzazione islamista fondata da Bin Laden, ma con la rottura tra i due Mumin ha scelto il Puntland per ripararsi dagli attacchi delle forze anti-islamiste e dei caschi verdi presenti in Somalia, ma anche per proteggersi dalle ritorsioni degli stessi Shabaab. Quel giorno un file mp3 di pessima qualità pubblicato online e diffusosi sui social network ha creato scalpore tra gli islamisti somali, oltre che tra gli analisti internazionali: l'ideologo, stratega e grande amico di al-Qaeda passava con il nemico, il Califfo.
L'uomo Mumin è piuttosto pittoresco: dai lineamenti e dalla carnagione scura tipicamente somali, indossa sempre vestiti tradizionali, occhiali da vista rettangolari e si tinge la barba di rosso (o meglio, di un rugginoso arancione) utilizzando l'henné, come molti altri uomini anziani somali, che in genere non amano vedere la propria barba ingrigire o imbiancarsi. In Somalia la barba rossa non è solo un elemento estetico ma anche quasi uno status symbol: è ancora molto di costume tra gli uomini maturi per sposare donne più giovani, che i tradizionalisti esibiscono quasi come trofei, e fino a qualche tempo fa era considerato un elemento estetico di lusso, perché costoso e perché impiega tempo per la sua applicazione.



In questo video pubblicato il 26 ottobre su diversi social network di propaganda islamista del gruppo Stato Islamico si possono osservare alcune immagini dei miliziani somali: tutti in mimetica e kefiah, travisati da passamontagna neri a parte il loro leader Mumin, armati di AK-47 e con le bandiere nere di Daesh in ogni fotogramma.
Il gruppo di Mumin si fa chiamare Jahba East Africa ma non ha fatto molto oltre a rivendicare decine di volte la sua appartenenza allo Stato Islamico: qualche sparatoria in Kenya e in Tanzania e molta comunicazione, niente di più. Jahba East Africa si nasconde attorno e dentro la catena montuosa di Golis ed è formato perlopiù da uomini tra i 20 e i 25 anni che hanno disertato con Mumin da al-Qaeda. È quindi probabile che siano stati gli uomini di Mumin a occupare militarmente la città di Candala, non fosse altro perché in Somalia sono attualmente gli unici ad esibire il marchio di Daesh.
Candala, seppur piccola e apparentemente insignificante rispetto a Bosaso, si trova in una posizione strategica sul golfo di Aden, di fronte allo Yemen: quest'anno diverse spedizioni navali di armi mascherate da missioni navali antiterrorismo sono state intercettate dalle autorità del Puntland. Come ricorda VOA News Abdi Hassan, ex-direttore dei servizi d'intelligence del Puntland, tempo fa aveva lanciato un allarme circa la consegna di forniture di armi agli islamisti nel Puntland dai loro sodali yemeniti: “Hanno ricevuto forniture militari dallo Yemen - armi, munizioni, uniformi, esperti dell'Isis per fare loro formazione” ha detto Hassan spiegando che “la spedizione è stata consegnata via mare partendo dalla città di Mukallah, nel governatorato yemenita di Hadramawt” che si trova esattamente di fronte a Candala, dall'altra parte del golfo di Aden.

http://it.ibtimes.com/somalia-chi-sono-gli-islamisti-affiliati-daesh-che-hanno-occupato-la-prima-citta-del-puntland